Le interviste del Vinitaly - CALAFÈ

Le interviste del Vinitaly - CALAFÈ

Interviste del Vinitaly - Azienda Calafè

L'Irpinia è terra ove il vino non è solo il risultato di una natura generosa e puntuale, ma l'essenza stessa delle sue origini.

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Dal cuore dell’Irpinia a Vinitaly la strada è tanta. Benito Petrillo, titolare dell’Azienda Calafè, di strada nella sua vita ne ha fatta tantissima, ma sembra avere la forza e la passione per non fermarsi mai. Tra un Greco di Tufo ed un Aglianico nei bicchieri, passando per un Taurasi, l’abbiamo intervistato.

Vorrei iniziare quest’intervista togliendomi una curiosità: perché l’Azienda ha questo particolare nome, “Calafè”?

L’azienda ha questo nome perché è la combinazione delle iniziali dei nomi delle mie tre nipotine: Camilla, Laura, Federica. Li abbiamo combinati in vario modo fino a trovare una combinazione che suonasse bene.

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Seconda curiosità, ho scoperto che Lei, prima di occuparsi di vini, era nel mondo dell’editoria. Come mai questo passaggio “dal libro alla bottiglia” ?

In realtà è stato semplice, è stato un amico, Carlo Laudadio, professore di biologia ed esperto di enologia, ad inculcarmi la passione. Circa vent’anni fa mentre eravamo ad un Vinitaly mi chiese di iniziare questa esperienza con lui ed io accettai. Il resto è venuto dopo.

TRALCIO UVA CALAFè

Passando a considerazioni di carattere generale: nella produzione vitivinicola, quanto conta la conformazione del terreno e, parallelamente, quanto è importante invece l’abilità dell’enologo?

L’essenziale è il terreno e le varie combinazione di temperatura. Da noi (Prata di principato Ultra, ndr) c’è una grossa escursione termica: di giorno si toccano i 40°C per scendere di notte fino a 18°C. Ciò influisce sia sul periodo di vendemmia sia sulle caratteristiche del vino. Comunque anche un enologo bravo può influire positivamente sulla produzione.

Riguardo invece le innovazioni tecnologiche: sono diventate indispensabili o è meglio seguire la tradizione?

Penso sia necessario accettare alcune innovazioni tecnologiche perché accorciano i tempi di lavorazione, ad esempio la pressa computerizzata. Però su alcuni aspetti come la raccolta manuale delle uve è meglio seguire la tradizione. Allo stesso modo, per quanto riguarda i tappi, secondo me il tappo di sughero non è ancora sostituibile.

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Spostandoci dalle dinamiche di produzione a quelle di vendita, Lei come valuta l’apertura al mercato estero?

Positiva. Sono presente sul mercato europeo in Olanda, Danimarca, Svizzera, Svezia. Ora sto cercando di entrare sul mercato cinese e giapponese tramite Hong Kong, mi hanno dato dei premi medaglia d’oro per prezzo e qualità (mi mostra i certificati, ndr) per Taurasi ed Aglianico. Inoltre (parlando, mi mostra un flyer orizzontale pieghevole scritto in giapponese, ndr) i nostri vini sono presenti sui cataloghi giapponesi dei vini dell’Italia, con quattro referenze. Fa molto piacere essere uno dei due produttori presenti per la regione Campania.

Un’ultima domanda: perché far invecchiare il Greco di Tufo diversi anni, dando vita alla riserva “Ariavecchia”?

cit greco tufo

Ariavecchia è nata come una sfida per smentire l’idea che i vini bianchi come il Greco di Tufo vadano necessariamente bevuti “giovani”, perché, per la particolare conformazione del suolo, all’analisi chimica i parametri del nostro Greco di Tufo sono simili a quelli di un vino da invecchiamento. Io dico che è “un rosso vestito di bianco”. Questo vino ha preso diversi premi, quindi perché non andare avanti?

Già, perché non andare avanti? Noi di VinoNpertutti ci auguriamo che il signor Petrillo possa andare avanti il più a lungo possibile a produrre questi bianchi capolavori “vestiti” di rosso. Da degustare assolutamente.

                                                                                   Intervista a cura di Fabrizio Matetich

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Ariavecchia

               

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